Caltafaraci è una montagna di 533 m d'altitudine, dalle pareti molto scoscese, nelle immediate adiacenze a nord-ovest dell'aggregato urbano di Favara. Si presenta ricchissima di testimonianze archeologiche che vanno dalla prima età del bronzo (1900-1450 a.C. circa) fino al XIII sec., e costituisce una delle più interessanti aree di tutto l'Agrigentino.
Le più antiche testimonianze umane sulla montagna risalgono alla prima età del bronzo (1900-1450 a.C. circa), come ci testimoniano le tombe a grotticella artificiale o a forno, scavate nella viva pietra, presenti sul versante nord-ovest, e ancora nella limitrofa contrada Petrusa. Le tombe ricavate nei grossi massi di caduta, o nelle pareti rocciose, hanno in genere l'aspetto del forno dei contadini delle nostre campagne.
Sempre nella zona nord-ovest della montagna si riscontrano anche frammenti di ceramica della prima età del bronzo e medio bronzo (1450-1250 a.C. circa). Alcuni manufatti in terracotta, provenienti da Caltafaraci, e riferibili al medio e tardo bronzo (1250-1000 a.C. circa), sono conservati al Museo Archeologico Regionale di Agrigento. Quindi, a giudicare dalle numerose tombe e dalla ceramica, un villaggio preistorico è esistito, forse tra Caltafaraci e Petrusa, e rimane ancora tutto da scoprire.
Numerosi si trovano, sul pianoro della montagna, i cocci di ceramica del periodo della colonizzazione greca, dello stile Sant'Angelo Muxaro-Polizzello e riferibile a popolazioni indigene (VI sec. a.C. circa). Appartenenti forse a questo periodo sono i resti di ambienti circolari, scavati nella viva pietra. Del successivo periodo greco, del quale molto numerosi sono i frammenti rinvenuti (ceramica nera a figure rosse del IV sec. a.C.), riscontriamo ambienti abitativi quadrati o rettangolari, scavati sempre nella roccia.
Da riferire al periodo greco sono anche grandi architravi e i resti di una colonna in tufo arenario, dove si notano tracce d'intonaco bianco, che fanno pensare ad architetture imponenti, probabilmente un tempio dedicato a una divinità.
Sulla sommità meridionale (516 m) esistono i resti di una poderosa fortezza in passato ritenuta di matrice araba. L'archeologo Giuseppe Castellana, attraverso scavi sistematici, ritiene si tratti di opera greca riferibile al IV sec. a.C., e precisamente all'età di Dionigi I. Si tratta di un castello con cinte poste a diverse quote d'altezza e culminanti in un poderoso baluardo sommitale costituito da un muro ad aggere dello spessore di m 2,20-2,40 e della lunghezza di circa 150 m.
Le prime testimonianze greche del centro, risalirebbero al VI sec. a.C. con continuità fino al III sec. a.C., quando la vita venne a spegnersi, forse in relazione alla prima guerra punica. L'insediamento, che fu un centro fortificato con spiccato valore difensivo, ebbe un ruolo non indifferente nel piano strategico-militare della città di Akragas. Si presenta, infatti, vicinissimo a questa, in direzione nord-est, in comunicazione diretta con la Rupe Atenea.
In contrada Saraceno, area alle falde a est della montagna, troviamo continuità di vita. Attraverso scavi condotti sempre da G. Castellana è venuto alla luce un interessantissimo insediamento umano che, attraverso diverse fasi, si prolungò per più di un millennio. Le testimonianze vanno da una villa romana databile tra la fine del I - inizi del II sec. d.C. a un casale medievale del periodo Svevo (prima metà del XIII sec.). Alla villa romana di prima fase, che si presenta di tipo residenziale, appartengono un modesto complesso termale con ambienti mosaicati bicromi, in cui a motivi geometrici si frappongono ele¬menti floreali e figurativi (pesci), e una serie di stanze attorno a un cortile centrale. La villa, che subì un grave incendio, tra la seconda metà del III-inizi del IV sec. d.C. venne ristrutturata nel nucleo termale, poi scomparso, e nel complesso rurale-artigianale.